Il
campo di Borgo San Dalmazzo – Un silenzio pieno di memoria
La storia e l’evoluzione del campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo
(18 settembre 1943 / 15 febbraio 1944), sorto nell’ex caserma degli alpini
di questa cittadina ad 8 km da Cuneo, può essere suddivisa in due momenti.
Il primo è concomitante con l’8 settembre ’43.
Tra l’8 e il 13 settembre, infatti, circa 800 ebrei provenienti da St. Martin
Vesubie, una residenza coatta attivata dalle forze di occupazione italiane
nella Francia del Sud, attraversarono al seguito della IV Armata i confini
italiani e si riversarono nelle vallate di Valdieri ed Entracque. Erano
polacchi, tedeschi, ungheresi, austriaci, slovacchi, rumeni, russi, greci,
turchi, croati, belgi, francesi…
Il 12 settembre Cuneo è occupata dai tedeschi. Il 18 settembre un bando
emanato dal comando tedesco ordina l’arresto immediato di tutti gli stranieri
che si trovino nella zona: 349 ebrei sono così arrestati e rinchiusi nella
ex caserma degli alpini di Borgo San Dalmazzo, trasformata in campo di concentramento
e gestita dalle autorità locali subordinate ai tedeschi. Altri ebrei furono
arrestati nei giorni successivi. Tra questi i cuneesi, poi rilasciati tutti
tra il 28 ottobre e il 9 novembre.
Il 21 novembre, 328 ebrei stranieri furono deportati dal campo e dall’ospedale
dove alcuni di loro erano stati ricoverati, ad Auschwitz. Di soli 18 di
essi abbiamo la certezza che siano sopravvissuti.
Il secondo momento vede rinchiusi nel campo 26 ebrei rastrellati nel saluzzese
tra il 9 dicembre e il 15 febbraio. Anch’essi saranno deportati nei campi
di sterminio di Auschwitz e Mauthausen.
Per molti degli 800 che avevano attraversato il confine la salvezza fu rappresentata
dall’accoglienza offerta dalle famiglie di Borgo San Dalmazzo e delle vallate
circostanti sollecitate dai parroci don Raimondo Viale e don Francesco Brondello
ai quali è stato riconosciuto il titolo di “Giusti in Israele”.
Per questo motivo nel 2000 la Città di Borgo San Dalmazzo è stata insignita
dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi della Medaglia d’Oro
al Merito Civile.
Relazione della dott. Adriana Muncinelli per il convegno tenutosi a Bolzano nel gennaio 2003 sulla "Conservazione delle testimonianze"
Presentazione del campo
La ragione fondamentale per cui è importante conservare la memoria dei campo
di Borgo San Dalmazzo attraverso la conservazione e la valorizzazione storica
delle pur poche emergenze che di esso ancora sono riconoscibili è che questo
sito rappresenta materialmente nella sua minimalità un'efficace metafora
della persecuzione antisemita quale si configurò nella maggior parte delle
località italiane.
Questa metafora si articola in tre caratteristiche fondamentali:
Il campo fu allestito in un luogo di antica familiarità locale:
una vecchia caserma ormai fatiscente e dismessa, in passato utilizzata dai
reparti di artiglieria alpina. La caserma a sua volta era stata costruita
adattando la preesistente struttura di una delle numerose filande che nell'Ottocento
avevano punteggiato il cuneese.
Sorgeva sul margine esterno dell'agglomerato urbano a pochi passi dalla
stazione ferroviaria, non lontano dalla chiesa parrocchiale, lungo la principale
via di transito collegante la pianura cuneese alla Francia e alle valli
Gesso e Vermenagna.
Era quindi, come è tuttora, un sito da moltissimo tempo sotto gli occhi
di tutti, e quindi, nel suo profilo, assai familiare agli abitanti della
cittadina e a quelli che abitualmente vi transitavano. La metamorfosi dell'uso
di questo manufatto non mutò minimamente il paesaggio che i borgarini o
i passeggeri abituali avevano percepito prima e avrebbero continuato a percepire
dopo: non vi furono apprestate zone di rispetto, cavalli di frisia, mascheramenti
inquietanti di alcun genere.
Tutto, all'esterno, rimase immutato.
E' nell'ambito di questa stessa familiarità, diremmo cosi, sensoriale, che
si è compiuta passo dopo passo quella metamorfosi graduale della vita associata
che dall'emanazione dei primi provvedimenti razziali portò ad Auschwitz,
sembrerebbe senza accorgersene (…) Tra l'indifferenza generale, come se
tutto fosse normale, crebbe e si sviluppò una persecuzione della cui gravità
i contorni familiari sembravano impedire la percezione.
Così avvenne per il campo.
La trasformazione della caserma degli alpini in Lager avviene nel momento
del passaggio delle consegne tra il fascismo e l'occupazione nazista sostenuta
dalla Repubblica di Salò:
Il campo di Borgo viene allestito pochi giorni dopo l'occupazione tedesca
di Cuneo, con il bando di un certo capitano Müller, che il 18 settembre
1943 ordinava che vi fossero rinchiusi tutti gli "stranieri" che si trovassero
in quel momento sul territorio.
Ora, gli stranieri in questione altri non erano che i circa mille ebrei
che tra la notte dell'8 settembre e il mezzogiorno dei 13 avevano valicato
le Alpi al seguito della ritirata dalla Francia di reparti della IV Armata.
(…)
Questo campo, creato per rinchiudere gli ebrei stranieri è sì allora un
campo di marca nazista deciso dai tedeschi ma è anche un campo che trova
nelle autorità amministrative e di polizia italiane collaborazione per l'ideazione
e la gestione.
L'esigenza di ordine dei Prefetto e dei Commissario si salda con la volontà
nazista di rastrellare e catturare ebrei: il luogo adatto è per tutti loro
la caserma, che diventa campo di concentramento. (…)
Di quel migliaio di ebrei calati in Italia il bando di Müller ne raccolse
349.
(…)
Il 21 novembre iniziò il trasferimento degli ebrei stranieri deportati dal
campo alla vicina stazione, dove vennero rinchiusi nei carri bestiame e
partirono per Auschwitz via Nizza Drancy.
Dopo la partenza degli ebrei stranieri il campo rimase vuoto per 12 giorni.
In applicazione dell'o.d.p. n.5 il 4 dicembre arrivarono al campo le prime
ebree saluzzesi e l'afflusso di deportati dalla provincia continuò ininterrotto
fino al 6 febbraio, quando vi risultano rinchiusi 26 ebrei tutti, tranne
tre, italiani.
Il secondo campo è tutto di marca italiana, non ha supporti né sollecitazioni
tedesche né negli ordini né negli arresti, né nella gestione, che sono tutti
italiani.
Il 15 febbraio i 26 ebrei vengono inviati a Fossoli per contribuire a completare
il numero necessario alla partenza per Auschwitz del convoglio n.8.
Dopo quella data il campo è chiuso.
Gli ebrei successivamente arrestati in provincia saranno condotti direttamente
alle Carceri Nuove di Torino.
Cosa rimane oggi dei sito
Le vicende dei campo dopo la fine della guerra ricalcano perfettamente quelle
dell'antisemitismo nostrano (e non solo) nel ricorso rapido a tutti gli
anestetici della memoria.
Il campo resiste così come era 20 anni, ma in quegli anni nulla si fa per
conservarlo come contenitore e stimolatore di memorie dolorose ed istruttive.
La cifra più importante di quegli anni è il silenzio. Un silenzio pieno
di memoria non espressa o rimossa.
Poi, arriva la rimozione dei luoghi.
Tra il '64 ed il '74 viene demolita un'ala intera dell'edificio che viene
sostituita con la nuova scuola Media. Una targa, vicino all'ingresso della
scuola, segnala cosa era avvenuto in quel luogo negli anni della guerra.
Il campo continua, benché monco, ad essere abbastanza riconoscibile.
Nel trentennale della Resistenza un insegnante della scuola Media guida
un gruppo di alunni alla produzione di un murale su di una parete esterna
della vecchia caserma, documentando così una prima sopravvenuta deformazione
della memoria, quella che volle accreditare il campo anche come luogo di
detenzione per antifascisti, memoria più accettabile e confortante di quella
storicamente vera.
Mentre il murale sbiadisce, viene messo in cantiere e da pochi anni è stato
portato a compimento un edificio per servizi socioassistenziali che sostanzialmente
si sovrappone al campo e lo rende irriconoscibile.
Una parte viene ristrutturata, un'altra abbattuta e ricostruita.
Nella parte ristrutturata, la sala riunioni viene intitolata a don Raimondo
Viale (l'allora parroco della cittadina, fervente antifascista, che organizzò
l'assistenza a molti ebrei stranieri nascosti nelle montagne) ed ospita
permanentemente qualche pannello con foto d'epoca dei campo ed altre di
repertorio sulla deportazione.
La piazza su cui si affaccia il complesso scuola media ASL viene intitolata
anch'essa a don Raimondo Viale con una targa e con una stele commemorativa.
Dunque nel giro di pochi passi, un affollamento anomalo di 2 cippi, 2 targhe,
1 monumento, ci segnala involontariamente un disagio della memoria collettiva,
un tentativo evidente di colmare l'assenza, di un sito che non si è voluto
o saputo conservare.
Uniche parti ben riconoscibili: l'androne e il cortile interno.
E' rimasta intatta invece, a poche decine di metri dal campo, la stazione
ferroviaria da dove gli ebrei furono deportati, stazione i cui locali nel
frattempo sono stati acquisiti in locazione dal Comune per essere destinati
in parte ad Ufficio Turistico ed in cui rimangono liberi altri locali.
Alcuni binari morti, allora utilizzati, corrono ancora tra la sede ferroviaria,
il piazzale di parcheggio e la statale dei colle di Tenda oltre la quale
si allarga il centro abitato.
Insieme alla deformazione ed alla sparizione dei sito anche la memoria in
questi anni in parte ha continuato a scomparire e in parte ha continuato
a deformarsi con una ulteriore serie di scarti rispetto alla realtà: l'ultimo
è quello che sostiene che la popolazione locale compattamente avrebbe salvato
un numero inverosimile di ebrei (con conseguente aumento progressivo della
valutazione del numero degli ebrei stranieri che sarebbero giunti dalla
Francia) che si accompagna ad un uso spesso strumentale della figura di
don Viale, allora assai solitaria e dolorosamente perseguitata nel suo coraggio,
per farne il simbolo delle gesta eroiche di un'intera collettività.